Milonga feroce. Quattro storie zen
Uno.
Per farsi la pettinatura, tra tinta spazzola e phon, ci impiega anche un’ora.
All’ultima piega sfodera il profumo delle grandi occasioni – proprio come una femmina, gli abbaia la voce da dietro la porta.
Della moglie si sa solo la voce, e una vaga idea di esistenza: perché a quella mania da stagionato lei non prende parte. Anzi, se ne guarda bene.
E’ già una grazia avere la televisione libera per tutte quelle sere, e poter mangiare caffelatte in tazza, sola, senza neanche apparecchiare la tavola, che, per carità, meglio pure che duri: che lui faccia il Rodolfo Valentino dei poveri e vada, vada per chilometri con quelle scarpe ridicole dentro al sacchetto di panno…solo, a questo punto, ci vuole un altro bagno in casa. Altrimenti, divorzio.
O, almeno, la separazione legale.
Due.
Tutta la sua mamma, le dicono le signore che la incontrano. E spalancano i denti con qualche macchia di rossetto.
Ma da quando, sul sussidiario, ha visto la statua di una dea preistorica, curve di ciccia sopra e sotto l’ombelico che sembra davvero il ritratto della mamma, non è più così sicura che sia un complimento. E’ che la mamma ci mette l’anima, lo sa.
Anche quando la porta fuori di notte – e, a scuola, le sue compagne non ci credono che sia proprio lei a lasciarla in piedi fino alle due – sedendosi su quei divanetti bassi che, da sola, occupa tre posti, con la sua acqua e menta in mano.
Le dice che nel ballo la pratica è tutto. Che lei lo sa bene, perché da giovane ha fatto le gare, ma che adesso il liscio è superato. Vuoi mettere questo tango?
Enrico, che è più giovane di lei e ogni volta che entrano in pista le infila le dita nelle costole, invece sembra convinto. Ma lui è sempre stato convinto, e ormai sono due anni che fanno coppia fissa: i suoi genitori gli hanno anche fatto fare le scarpe apposta, nel sacchetto di panno ci infila insieme la merendina, quando vanno alla milonga. Se la mangia sul divanetto a mezza serata, tutta schiacciata. Non parla quasi mai.
A lei, invece, il vestito da grande che le hanno comprato fa un po’ effetto; e anche il trucco sugli occhi.
Ma forse è giusto così. A nove anni, tutte le sue compagne glielo invidiano, quel trucco.
Tre.
- Liberalo, non vedi che ha paura?
- no, che non lo libero. Starà con me, sempre. Da mangiare gliene do io.
- ma questo non è un animale che può vivere rinchiuso: è abituato alle pareti grandi, ad andare in giro, a scaldarsi al sole
- anche a me piace andare in giro. Invece sto qui, tutte le domeniche pomeriggio mi tocca stare qui. E lui starà con me, così mi fa compagnia. Ha tutto quello che vuole, dentro al barattolo. Io sono stufo di stare solo. Vedi un altro bambino, qua?
- …
- ecco, allora Jack starà con me. E non è vero che la musica gli fa paura, e neanche il buio. La musica gli fa schifo: questo tango fa schifo. Solo al papà gli piace. Io qui ci vengo solo perché, dopo, posso chiedere di comprarmi quello che voglio. Anzi, adesso Jack lo metto a dormire dentro al sacchetto delle sue scarpe…
Quattro.
E’ vero, si sentiva uno straccio.
E’ vero, mentre quegli occhi da agnello del sacrificio – occhi che solo gli studenti interrogati riescono ad avere – arrancavano dietro a un perfetto che non veniva, non riusciva quasi a connettere. E più stava zitta, più quella malefica desinenza greca pure a lei si nascondeva nel cervello, sempre più dietro, sempre più lontana.
Però.
Però la notte, così, lei non l’aveva mai vista. E anche se allo specchio, quella mattina, aveva gli occhi pesti, in sala insegnanti per la prima volta nella storia qualcuno le aveva detto che i tacchi le donavano.
E finalmente, dal silenzio – Eureka disse l’agnello sacrificale, illuminato dalla luce dei classici.
Sotto la cattedra accarezzò le scarpe.
Basta con le camicine bianche. Basta con il colletto di pizzo. Basta con la calza coprente. eureka