Michela Fregona - Biografia

Ho un’idea abbastanza precisa del mio primo tango, anche se non è esattamente un episodio epico. I miei ascolti sono sempre stati – come dire? - un po’ fuori scala. A essere sincera, mentre il mondo riscopriva il divismo con Madonna e milioni di ragazzine come me impazzivano per i Duran Duran, il mio walk-man saltava a piè pari gli anni Ottanta. Io lo nutrivo con ostinazione di splendide anticaglie: Vivaldi, per esempio. E, naturalmente, Mozart. Poi, un pomeriggio, ho tra le mani una cassetta di Ástor Piazzolla. Come tutti i figli del segno dei Gemelli, per me la musica, quando è bella, va ascoltata a tutto volume, altrimenti meglio il silenzio. E così mi ritrovo davanti al mio stereo portatile, seduta sulla vasca da bagno, con un Violentango a palla, mentre mia madre spalanca la porta: “Ma cosa stai ascoltando? - strabuzza, lei, ex beatles-girl, convinta assertrice della filosofia un filo di trucco un filo di tacco - Tango? Ma perfino il tango, ascolti?” E in quel perfino, che in tre sillabe mi condannò definitivamente al creato degli extraterrestri privi del lume degli Spandau Ballet e della conoscenza della lingua inglese, si era già detto tutto.
Poi c’è stato il resto: una laurea in Lettere Antiche. Un diploma in Conservatorio. Una vita da giornalista. Concerti. Spettacoli. Articoli, racconti, libri. Cinque anni a studiare la musica antica. La Grecia. Due gatti. Il Corriere della Sera in edizione regionale, con redazione dentro la mia cucina e dentro al mio telefono. L’insegnamento. Di greco, di latino. Di italiano: alla sera, in classi fatte di tutto il mondo; di giorno, in carcere. Buenos Aires. Venezia. Tutto un incrocio, una coincidenza, una musica: un correre in tempo rubato. Credo sia proprio per una questione di ritmo che, da quel pomeriggio, non ho più voluto abbassare il volume.

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