Toda carta tiene contra y toda contra se da…
(Francisco Gorrindo-Roberto Grela, Las Cuarenta)
Chi lo avrebbe detto.
Tornare, dopo anni, a raccontare altre storie e altri volti di questo cosmo in bicromia, dove il bianco è bianco e il nero è – veramente – nero, come ci venne svelato, a suo tempo, da un inconsapevole profeta suburbano.
Riprendere la via della notte di una città qualsiasi, riflettersi in ogni specchio rotto, nel respiro degli abbracci sconosciuti, nei rancori, nella polvere della prima alba, nel gioco triste e vivo dell’essere altro - in altro luogo, in altra vita.
E ascoltare: il fluire – sordo – di un mondo impastato di pochi bianchi e rari neri, dove sono gli sfocati – e i grigi, e i mossi – a costruire l’architettura dei paesaggi urbani, e di quelli interiori.
Molte cose sono cambiate.
Chi ha traslocato i propri sogni, chi li ha lasciati, chi se n’è andato. Ci sono state caviglie sottili malate d’amore, cavalieri disarcionati dal regno di Tersicore; e poi maestri – eserciti di maestri – e organizzatori, faccendieri, insaziabili entusiasti, neo e vetero associazionisti, impavidi sacerdoti del disco pronti a infilare caselli autostrade raccordi anulari e notti senza una sola stella.
Si fatica ormai a trovare un altrove per queste anime: complici gli scenari eurofinanziari, i voli a basso costo e la provvidenziale organizzazione climatica d’Oltreoceano, i tangueros italiani ormai si muovono in scarpe di vernice e tacco alto dilagando tra San Telmo e Florida con la stessa nonchalance che usano nel supermercato sotto casa. Organizzano sessioni di tango estremo in alta quota, colonizzano il Mediterraneo, spodestano il rebetiko e gli antichi dèi a bordo di navi danzanti e, da ultimo, tornano a riempire le páginas doradas della Capitale come, un tempo, fecero i loro nonni e bisnonni, sfidando la granitica tradizione italiana di pataduras linguistici.
Nel nome del tango globale nascono e crescono le Viruta, le Mariposa, i Florida: ogni notte è buona perché una nuova Maria si affacci alla sua prima milonga, perché torni il tempo degli abbracci, perché un vecchio con gli occhi troppo liquidi riprenda a cantare il suo dolore di consonanti.
E dietro, sopra, intorno a questo eterno teatro umano, il profilo raro del tango accompagna le notti che si chiudono insieme alle porte dell’ultima canzone e i viaggi a casa nella prima luce che avanza, mentre i sogni si impastano di sonno e la strada è un lungo nastro d’asfalto dove scorrono innumerevoli vite e innumerevoli pensieri.
Oggi penso al tango come alle montagne che abbracciano le città del nord: i bambini si cullano alla loro presenza di madri, i giovani le sfidano avidi di orizzonti; per alcuni fanno parte del paesaggio, per altri sono un’ossessione. Ma chi cresce all’ombra delle montagne, e si abitua alla loro lingua segreta, raramente riesce a rinunciarvi. Magari la vita lo porterà lontano, a viaggiare su altri panorami e tra altre luci: ma sempre, anche senza saperlo, ci sarà un angolo del sentimento più intimo che manterrà vivo questo dialogo muto. E nel momento del ritorno il primo sguardo sarà a cercarle, a controllare che siano di nuovo uguali, che ancora rimangano, nella mutazione del resto. Perché, in fondo, il tango non è altro che questo: un instancabile specchio interiore.
Tutti vi si riconoscono, con occhi diversi e diverse profondità. E tutti vi trovano una verità – almeno una.
Quanto a noi, che continuiamo a subire questa malìa mutevole e ininterrotta, ci siamo incontrate a un angolo.
Ciascuna con la propria valigia, pronte a voltare pagina.
Bisognerebbe dire che è stato un caso, ma chi ha deciso di vivere sotto e sopra la pelle i racconti che nascono tra le pieghe del tango sa benissimo che caso, coincidenza, fatalità rispondono in eguale misura, sempre, a una specie di disegno. Indecifrabile.
Che eravamo già in viaggio, lo sapevamo tutte e due.
Siamo, semplicemente, salite sullo stesso treno.
acaso es nuestro destino vivir
buscando rastros en las sombras
quién está escuchando el reto de los viejos
el clamor del tren y l’Orizonte que invita?
dónde esconderemos las cerezas que robamos
y l’amor, las historias que enventamos?
(Luis Sampaoli, Poema) |
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